Editoriale

Violenza sulle donne, in nome dell’Amore: quello sconosciuto

Mi hanno sempre colpito le vittime che non denunciano all’inizio atti violenti pensando che una scenata di gelosia sia amore. Poi diventa troppo tardi. (Myrta Merlino)

La riflessione che mi ha pervaso nei giorni seguenti l’8 marzo con le sue varie iniziative mi fa pensare che ci vorrebbe un 8 marzo tutti i giorni. Ancora oggi accadono dei fatti che fanno riflettere sul ruolo della donna nella società e su come nel tempo non abbia avuto il giusto rispetto. La donna criticata, giudicata, picchiata, violentata testa e cuore. La donna che subisce ogni tipo di violenza in nome dell’amore, quel sentimento punto di forza ma anche di grande debolezza. Molte le donne che ad oggi hanno subito violenze fisiche e psicologiche senza riuscire mai e dico mai a denunciare il proprio carnefice. Ci insegnano da piccole che l’amore è immenso, ci raccontano favole di principesse salvate da un principe bello, biondo che arriva con il cavallo bianco. Ecco che a nove anni già sei fregata, non hai scampo. Sarai un’inguaribile romantica e sicuramente o quasi sicuramente soffrirai. Ci insegnano per educazione a non alzare la voce ed ad essere brave mogli e brave mamme. In nome di cosa? In nome della promessa dell’amore e allora arrivi in chiesa con il tuo abito bianco prometti di amarlo e onorarlo tutto il resto della tua vita e il rispetto? E il comandamento non uccidere lentamente perché non esiste? Perché in giornate pregne di denunce sociali si parla di femminicidio e giustamente si ricordano tutte le donne che non ci sono più, giovani ragazze strappate alla vita, giovani madri che hanno lasciato figli orfani, bambini che non riceveranno più l’abbraccio della propria mamma. Allora ti domandi perché non esiste ancora ad oggi una pena esemplare per tutti quegli uomini che non si fermano di fronte a nulla. Uomini che vorrebbero ucciderti per non vederti più ma per evitare la balorda galera se ne stanno a guardare il proprio teatrino. Uno show architettato ad hoc dove “massacrare lentamente” la propria vittima. Un gioco perverso, un gioco violento più delle ossa rotte, più di un ematoma che in un mese probamente si riassorbe. Le ferite della mente non passano facilmente, restano lì silenti e sanguinano tutti i giorni. Un gioco crudele alimentato dalla lentezza della giustizia, che a volte non risulta nemmeno essere giusta. Accade spesso che la “vittoria” arrivi troppo tardi. E’ così che avvengono gli omicidi “esemplari”. Lo Stato purtroppo in questo è complice quanto quegli uomini, solo il tempo forse potrà lenire tante ferite e tanto dolore ma a che prezzo? La risposta spietata è: “a costo della vita”, dono sacro che non viene rispettato, vite spezzate che faticavo a decollare di nuovo, vite che continuano con un dolore al cuore che non va via. Il mal d’amore esiste e per guarire l’unica via di uscita è amare ancora, e farlo in maniera sfacciata e prepotente.

di FRANCESCA PUCCI

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