thriller internazionale

Karin Slaughter si racconta a MilanoNera

Karin Slaughter, nata in Georgia e residente ad Atlanta. Terza di tre di tre sorelle. ama follemente i gatti, colleziona borse di tela, a colazione predilige bacon e uova e un sandwich al tacchino per pranzo. Se il suo cognome le ha creato qualche problema a scuola (Slaughter significa ” massacro, carneficina” ), si è poi rivelato perfetto per la sua carriera. Carriera iniziata nel 2001 e che a oggi conta 16 libri pubblicati e tradotti in 36 lingue per un totale di 35 milioni di copie vendute , 21 premi internazionali vinti e almeno altrettante nomination che la collocano di diritto tra le regine del crime writing internazionale. Dicono di lei i colleghi “Non ha rivali. Il thriller ai massimi livelli” – Michael Connelly “La Slaughter porta il lettore in posti dove altri autori non osano nemmeno addentrarsi. È uno degli scrittori di crime più coraggiosi in circolazione“ Tess Gerritsen “Karin Slaughter ti cattura alla prima riga e non ti lascia più andare” – Mary Higgins Clark “Feroce, profondo, avvincente. Ogni suo romanzo è imperdibile” Kathy Reichs. MilanoNera, in qualità di thriller ambassador, ha avuto la straordinaria opportunità di incontrarla e intervistarla ad Amsterdam, prima tappa del tour europeo che si concluderà a Milano il 26 maggio, ore 18.30 alla Rizzoli in Galleria. L’Olanda le ha riservato un’accoglienza trionfale, con centinaia di persone in coda per avere la copia firmata del nuovo libro appena pubblicato , The good daughter, in arrivo da noi in autunno per HarperCollins Una chiacchierata piacevole e informale con una donna estremamente gentile, disponibile e simpatica. Ciao Karin, in Italia è uscito ad aprile “Scia di sangue” e settimana scorsa è stato riproposto ” La morte è cieca“, il tuo primo libro del 2001. In questi sedici anni sono cambiati il tuo modo di scrivere e la tua idea di crime? Spero proprio di sì. Cambiare e migliorare sono il mio scopo principale. Cerco di fare in modo che ogni libro sia migliore del precedente, originale e interessante. Desidero creare dei bei personaggi, renderli fantastici. Cerco di renderli tridimensionali, descrivendone il passato, emozioni e sensazioni. Amo i libri che hanno più livelli di lettura e cerco di fare lo stesso. Non voglio riscrivere ogni volta lo stesso libro (alcuni lo fanno) perché ha avuto successo o perché in questo modo sono sicura venderà molto. Scrivo in primo luogo per me stessa, perché amo farlo. Scrivere e leggere sono la mia vita e quindi ogni volta la sfida è cercare di fare qualcosa di nuovo, di diverso, di interessante e eccitante. Certo, a ogni libro è più difficile e la paura di sbagliare c’è sempre. Ma è una sfida e va accettata. Ogni autore lo fa o dovrebbe farlo. Per quanto riguarda il crime, oggi finalmente nessuno mi chiede più come mai una donna scrive questo tipo di libri. Anni fa a tutte le scrittrici veniva fatta la stessa domanda, come se questi argomenti potessero essere trattati solo da uomini. Anche Mo Hayder e Lisa Gardner avevano lo stesso problema. Oggi finalmente non succede quasi più. Nei tuoi libri ti concentri molto sulle vittime, sulla loro sofferenza, sulla difficoltà di guarire dalle ferite interiori. Nella vita ti è mai capitato si sentirti in qualche modo una vittima? Una volta mi hanno rubato lo scooter, ho chiamato la polizia e in due ore me lo hanno ritrovato. Fortunatamente questa è la volta che ci sono andata più vicino. Però credo che ogni donna a un certo punto della vita si sia trovata in una situazione nella quale si è sentita una potenziale vittima: di atteggiamenti aggressivi, avances sgradite, per non parlare del timore di essere assalite e stuprate ogni volta che si cammina da sole in un parcheggio di sera, per esempio. Quando ero al college c’era uno stupratore seriale nel campus e conoscevo una ragazza che era stata violentata. Non ha retto e ha abbandonato gli studi. Ho letto anche la biografia di Lucille Ball nella quale raccontava dello stupro subito quando era al college. Un anno dopo era una barbona dipendente dall’eroina. Le statistiche della polizia dicono che negli Stati Uniti ogni anno sono 250.000 le donne che subiscono violenza, e questi sono i casi denunciati, pensate a quanti devono essere quelli che invece non lo sono. Queste notizie però non passano ai media a meno che vengano uccise. Ecco, io voglio dare voce a queste donne. Qual è lo spunto da cui parti per una nuova storia? Mi chiedono sempre se parto dalla trama o dai personaggi, ma lo spunto iniziale è sempre una questione sociale. Così come in “Scia di sangue” anche L’idea del nuovo libro ” The good daughter” è partita dalla costatazione che esiste una grande ingiustizia sociale, una grande disparità di trattamento all’interno della società americana. Non solo tra bianchi e neri, ma anche tra ispanici e neri. Non si tratta più di razzismo inteso solo come differenza di razza o colore , ma anche come differenza di censo. A Atlanta vivono molti personaggi famosi, star dello sport e della musica, del cinema e della tv. In Georgia si girano molti più film che in altri stati, il flusso di denaro è consistente e la legge per i ricchi è molto più malleabile. Qual è la tua idea di giustizia? Corrisponde alla giustizia americana? Internet ha cambiato il modo in cui gli americani percepiscono la legge e la giustizia. La comunità nera già sapeva di questa disparità di trattamento, per loro era una cosa assodata, ma la pubblicazione online di video di sparatorie con il coinvolgimento della polizia ha fatto capire alla comunità bianca che forse quello che i neri sostengono da anni è vero. In certe situazioni il morto può capitare, è un incidente, ma altre volte è un vero e proprio omicidio. Parlo con molti poliziotti e ho molti contatti con il GBI ( Georgia Bureau of Investigation) e per queste situazioni loro trovano ovviamente sempre una giustificazione, ma mi spiegavano anche un’altra cosa: la spinta del governo al risparmio, al continuo taglio delle tasse ha portato a situazioni paradossali. Vengono spesi milioni di dollari per il sostegno dei famigliari di poliziotti uccisi in sparatorie, ma nessun dollaro per addestrare gli agenti ad agire in circostanze del genere, per prepararli a affrontare e prevenire queste situazioni nel migliore dei modi. Quindi i poliziotti non hanno nessun training, non sanno come gestire il panico e la rabbia che possono prendere in quei momenti e portare a finali tragici che magari con un adeguato addestramento si sarebbero potuti evitare. A Salt Lake City, nello Utah, lo stato dei Mormoni, ma non per questo privo di droga, omicidi e violenza, i poliziotti hanno avuto un lungo addestramento per saper gestire e affrontare le situazioni d’emergenza e per due anni consecutivi nessun agente o è stato coinvolto in uno scontro a fuoco. Credo che ciò sia degno di nota. L’addestramento può fare qualche differenza. Nei tuoi libri ci sono scene molto forti, paurose. Sono quelle le più difficili da scrivere? Tutti pensano siano quelle, ma non è così. Quando scrivo quelle scene, io so esattamente cosa succede, visualizzo la scena, la scompongo per descriverla in modo clinico ,quindi non ho paura perché la paura viene da ciò che non si conosce. La parte decisamente più difficile è la ricaduta emotiva . Comunque sappiate che quando leggo, per esempio, Stephen King e Mo Hayder mi spavento a morte! Come mai hai iniziato a scrivere thriller? È qualcosa che mi ha sempre affascinato. Da bambina tutte le mie storie avevano come protagoniste le mie due sorelle maggiori. Le immaginavo mettersi nei guai, venire uccise, o perdere le gambe. Forse era il desiderio di vendetta e rivalsa da sorellina minore, non so. Ho scoperto che il male esiste ed è pure molto vicino da bambina. Alla fine degli anni ’70 Atlanta era sconvolta per la presenza di un serial killer che uccise più di 20 bambini. Avevano la mia stessa età e io ricordo gli articoli. Ecco, forse il mio interesse è nato lì. Ho sempre letto anche molto true crime. Sono sempre stata affascinata dalle persone che facevano cose orribili, dal perché le facevano. La parte più interessante è infatti non chi, ma perché. Quello che mi interessa è scoprire le motivazioni che portano al male. Dire “è matto o è stupido” non mi basta come spiegazione. Io voglio capire cosa spinge una persona a fare cose orribili, anche se alla fine dovessi arrivare a proprio a dire “ok, è matto”. Ma il percorso è affascinante A dire il vero, poi, sono sempre stata una bimba diciamo “bizzarra”. Una volta, avevo 13 o 14 anni, mi ricordo che avevo un lunch box con l’immagine di Marilyn Monroe dopo l’autopsia, la trovavo bellissima e l’ho usata per andare a scuola. Quando le insegnanti se ne sono accorte, hanno avvisato il preside che, molto preoccupato per me, ha chiamato mio padre. . Lui invece non si stupì per nulla e disse “Lasciatela perdere, è strana, lo è sempre stata!” È meraviglioso crescere con un padre così. Recentemente ho postato la lunch box su Facebook, perché nessuno ci credeva! So che hai anche assistito a un’autopsia. Sì, è vero. Me l’hanno chiesto e ho accettato. Subito dopo mi sono chiesta perché l’avessi fatto, ma era necessario. Io cerco di mettere umanità nelle mie storie, compartecipazione emotiva. Non puoi descrivere certe scene senza sapere cosa succede, senza tenere conto dei sentimenti e delle sensazioni che sono coinvolti. Bisogna sempre ricordare che le vittime, anche nei libri, non sono semplici corpi, ma persone che hanno parenti, amori, affetti. E lo stesso vale per i medici e tutte le persone coinvolte nei casi. Nei tuoi libri c’è però anche un po’ di umorismo.. Certo, è essenziale. Se parli di cose orribili , devi avere anche momenti leggeri, di sollievo e io lo faccio soprattutto con il personaggio di Will Trent. Quanto tempo impieghi per le ricerche prima di ogni libro? E poi come procedi nella costruzione della trama? La ricerca porta via moltissimo tempo, ma è una cosa che amo e che trovo affascinante. Devo dire poi che sono molto fortunata: ho la possibilità di accedere ai fascicoli del GBI, di avere contatti con ospedali, medici e avvocati e con tutti gli esperti di cui ho bisogno. Una volta terminata questa parte, vado nel mio cottage in montagna e mi metto a scrivere, anche 16 ore al giorno. Sto lontana da tutto e tutti, scappo dalle distrazioni e mi concentro solo sulla scrittura. Quando inizio so esattamente come finirà. Tutto deve avere un senso nella storia. So chi è il cattivo. Nella scrittura nascondo gli indizi, ma cerco di fare in modo che il libro sia interessante e spinga a continuare a leggere anche coloro che, spero pochi, dovessero scoprire subito chi è l’assassino. Perché, come già detto, la parte interessante non è il colpevole, ma la storia, i personaggi e le loro reazioni e evoluzione. È stato difficile arrivare alla pubblicazione? Molto. Ci ho messo 8 anni. Scrivere è sempre stato il mio desiderio più grande. Dopo il college avevo una mia impresa di comunicazione, facevo insegne, banners etc e lavoravo. Ma il mio sogno era scrivere. Non c’è mai stato nella mia vita un momento in cui io non stessi pensando a una storia. A un certo punto ho deciso di vendere la mia azienda a un mio amico per concentrarmi soprattutto sulla scrittura. Lavoravo per lui in quella che prima era la mia ditta per quattro giorni a settimana, il resto del tempo scrivevo. E la gente diceva che ero una stupida. Vendere la mia impresa per accettare questo rischio.. Ho scritto molti libri in quegli otto anni, cercando di trovare la formula che funzionasse per me prima di tutto. Poi ho trovato un agente. In America è essenziale averne uno, ancora di più dopo l’undici settembre. Prima potevi spedire il tuo manoscritto, ma dopo quella data, dopo le buste all’antrace, le case editrici hanno detto che non avrebbero più accettato buste e manoscritti (penso che fosse anche una buona scusa per evitare pile di carta ( ride) ). Esiste anche un libro, un albo ” The writer’s market” che contiene i nomi degli agenti letterari e tu devi guardare migliaia di pagine per trovare l’agente che sta cercando il tuo genere di libro. Io l’ho fatto e ho mandato tantissime lettere. Poi la svolta. Ho trovato un’agente che ha apprezzato il mio lavoro e ho avuto il mio contratto che non avevo ancora trent’anni e il primo libro è uscito nel 2001. Hai iniziato con la serie di Grant County per poi terminarla e passare a quella di Will Trent, facendo però incontrare i due personaggi. Come mai? Come ho detto non voglio scrivere sempre lo stesso libro. Dopo il quarto della serie Grant County ho parlato con i miei agenti ed editori americani e inglesi, dicendo che volevo cambiare. Erano scioccati! Ma io ho chiesto di avere fiducia in me .E poi il mio contratto prevedeva che avrebbero dovuto pubblicarlo in ogni caso. (Ride ndr ). Anche il pubblico era arrabbiato. Ho ricevuto commenti, messaggi ed email di vero odio. Pensa che una volta, ero a un meeting in un hotel e indossavo un badge col nome, salgo in ascensore e una donna mi fissa con cattiveria, uno sguardo durissimo. Non so che fare e scendo alla prima occasione. Mentre scappo via, lei mi urla dietro: “Non ti perdoneremo mai!” Io rispetto il lettore, ma so cosa sto facendo. In ogni caso, non indosserò mai più badge col nome! (ride). Per quanto riguarda l’incontro tra Will e Sara, sono due personaggi che amo molto. Sara era molto infelice e pensavo che Will potesse essere un tipo che avrebbe potuto interessarla. E poi, non potevo continuare a uccidere persone nella stessa piccola cittadina, non sarebbe stato plausibile. Bisognava cambiare. Sei tradotta in 36 lingue. Tieni una copia di tutte le traduzioni? Sì. Amo soprattutto vedere le copertine che mi fanno nei vari paesi. Per contratto ricevo 5 copie di ogni libro e mi arrivano questi scatoloni con i miei libri scritti in lingue che non potrò mai capire. Una copia la tengo e le altre le mando ai consolati che sono presenti a Atlanta. Qual è il tuo rapporto con le recensioni? Tutto sommato buono, la maggior parte sono positive. Quelle in altre lingue non lo so, non le capisco, quindi pazienza. Se ne leggo cinque buone e una cattiva, mi fisso subito su quella. Il primo giorno di ogni nuova uscita controllo online, guardo le stelline, sono nervosa, ma quando comincio ad arrivare ad avere 100 recensioni, mi metto un po’ più tranquilla. Il mio agente sa che se esce qualcosa di tremendo , voglio esserne informata subito Perché tanto c’è sempre qualcuno che prima o poi ti scrive o ti invia un messaggio dicendoti “Hai visto questa cosa bruttissima? Quindi preferisco saperlo prima dal mio agente. Hai mai pensato di scrivere un libro non thriller? No, perché dovrei? Il crime è quello che amo, e poi, se ci pensate, non esiste nessun libro che non abbia un crimine al suo interno. Pensate a Dickens o anche a Via col vento, il mio libro preferito. C’è un argomento che mi interessa e riguarda la storia dei confederati che non accettando la sconfitta nella guerra civile, accettarono l’invito del Brasile a trasferirsi là, con la promessa che avrebbero potuto continuare a coltivare e a avere schiavi. Solo che non andò proprio così. In Brasile non c’erano schiavi, senza loro non sapevano coltivare perché erano sempre stati solo proprietari e molti morirono di malaria. I confederati poi si integrarono, ma ancora cinque anni fa quando andai a San Paolo, sui palazzi sventolavano le bandiere confederate, Ecco questa è una storia che potrei raccontare, ma i miei editori sarebbero scioccati! Qual è la scena più terrificante che tu abbia mai scritto? Stando ai commenti dei lettori, una scena de “La morte è cieca” quella che in America hanno chiamato “the god fuck” che tra l’altro era basata su un caso vero. Ma credo anche il crimine commesso in Quelle belle ragazze: a riguardo avevo parlato con un agente dell’ FBI che si era occupato di quel tipo di casi. Mi sono rifiutata di vedere un video, ma ho parlato con l’agente che l’aveva visto. Poi mi sono chiesta cosa avrebbero pensato i lettori, ma in fondo c’è scritto Slaughter (massacro) in copertina, dovrebbero quindi sapere cosa aspettarsi ed essere preparati (ride). Che rapporti hai con gli altri scrittori di thriller? Tutto sommato buoni, certo ci sono quelli antipatici, ma sono fortunatamente pochi. Con molti siamo amici. Ci aiutiamo. Sappiamo molto bene che i veri appassionati di thriller non leggono un solo libro all’anno, quindi c’è posto per tutti. Quando siamo insieme però tendiamo a non parlare di scrittura. Con Charlaine Harris, per esempio , parliamo della paura che abbiamo entrambe di morire in una vasca da bagno europea: sono così profonde rispetto a quelle americane!(ride) Che consiglio dai a un aspirante scrittore? Scrivi il libro che vuoi scrivere. Non inseguire quello che piace o è di moda perché, se fai così, non avrai una carriera lunga. E poi leggi, leggi, leggi. Tanto e di tutto. Una lunga chiacchierata in compagnia di blogger olandesi, danesi e finlandesi, per la quale Milanonera ringrazia Karin Slaughter, la HarperCollins Olanda e la Harper Collins italia. Abbiamo lasciato Karin davanti a 700 copie del suo nuovo libro che aspettavano di essere autografate. Le prime delle migliaia che la attendonoi lungo il suo tour europeo. L’appuntamento per gli italiani è per il 26 giugno a Milano, libreria Rizzoli in Galleria. Ore 18.30. Modera Piero Colaprico
di CRISTINA AICARDI

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