Due staffe dalmate, la questione dell’immigrazione nordafricana

Esistono due Ragusa, quella siciliana e la Ragusa dalmata, nota anche come Dubrovnik. La seconda, la repubblica marinara, crebbe sotto i bizantini, arrivando a sfidare Venezia nell’Adriatico prima della presa di Costantinopoli nella Quarta Crociata, quando passò sotto la Serenissima.
Ciò fino alla sconfitta dei Veneziani (1358) dagli Ungheresi. Sconfitti poi gli Ungheresi dagli Ottomani, Ragusa si aggiustò bene con i distanti Turchi, restando una ricca città di frontiera, un’isola del cattolicesimo avversata dai vicini eretici e islamici—una posizione ambigua che le permise, nel 1416, di diventare il primo stato europeo ad abolire la schiavitù. Il ruolo nodale nei commerci tra Occidente cattolico e Oriente islamico portò grandi ricchezze, irritando specialmente i concorrenti Veneziani che raffiguravano i Ragusani come dei cinici approfittatori che tradivano il cristianesimo per trafficare con gli infedeli. Come scrive Lovro Kunčević ne “The Rhetoric of the Frontier of Christendom in the Diplomacy of Renaissance Ragusa”, la Ragusa rinascimentale aveva dunque “molto da spiegare”, specialmente perché, incastonata nel mondo Ottomano, aveva bisogno dell’Europa per non soccombere. E si spiegarono… Una supplica del 1371 al Re d’Ungheria illustra il caratteristico tono lagnoso e ricattatorio: “Se non riceviamo presto aiuto da Vostra Maestà in queste nostre immense ansie e sofferenze, allora gran parte dei nostri contadini che, essendo scismatici, abbiamo fatto battezzare nella Fede cattolica… lasceranno Ragusa e torneranno scismatici.” La situazione, a sentire Ragusa, si fece disperata con le crescenti ambizioni turche in Europa. Una lettera del Senato alla Regina Giovanna di Napoli del 1431 spiega: “Questa città nostra è confinata su un pizzo di roccia, circondata dal mare e, ciò che è peggio, dai furbi Bosniaci e dagli ancora più malvagi infedeli Turchi…” Il ritratto della Repubblica come “assediata fortezza missionaria” della Vera Fede fu brillante invenzione e pietra angolare della diplomazia ragusana, che nel 1433 ottenne dalla Chiesa il privilegio di commerciare con gli islamici. Tre anni prima aveva già mandato un’ambasciata segreta a Costantinopoli per giurare fedeltà al Sultano in cambio della libertà di commerciare nelle terre ottomane. Col tempo la copertura si fece sempre più lisa. Nuove istruzioni partivano da Ragusa per le rappresentanze presso le corti cristiane. Si poteva—solo con le consigliate “lagrime negli occhi” però— ammettere dei rapporti con i Turchi, non per proteggere l’amata città posta “tra le fauci dell’infedele”, ma per il bene di tutto il cristianesimo… Così, i ragusani spiegarono al Papa nel 1571 che: “Nel preservare Ragusa, Vostra Santità conserverà non solo la nostra Nazione nella Fede di Cristo, ma anche... i poveri schiavi di cui sono piene le terre del Turco, dove i ragusani commerciano soprattutto come un immenso atto pio e Cristiano per la salvezza delle anime… perché ovunque ci siano i nostri mercanti, ivi ci sono anche preti e frati che somministrano i sacramenti.” Il Gioco durò fino all’arrivo delle truppe napoleoniche, che nel 1808 posero fine alla Repubblica. Per la tradizione letteraria Ragusa esisteva tra “Est e Ovest”, “Croce e Luna Crescente”, “Drago e Aquila”; tra bene e male, sulla frontiera tra religioni, imperi e civilizzazioni. Ma soprattutto fu immaginario baluardo della Fede—e se la cavò come tale, arricchendosi, per oltre quattro secoli.

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