fondazione puglisi cosentino fino al 18 febbraio

Vivian Maier in mostra a Catania, inconsapevole e grande Street Photographer del '900

Vivian Maier in mostra a Catania, inconsapevole e grande Street Photographer del '900
Uno scatto all'interno della mostra a Catania
Dettagli che contraddistinguono i suoi autoritratti sono la temporalità e il riflesso in un vetro o in uno specchio: spesso compare un orologio o un calendario. Come a voler datare un pezzo di vita, lasciare una traccia decodificabile.
La sua autoaffermazione genera dall'attimo colto, lei prende vita attraverso i suoi scatti. Scoperta per caso dieci anni fa Vivian Maier (1926—2009) rappresenta uno dei talenti più sorprendenti della street-photography del Novecento
Chi l’ha conosciuta la ricorda come una donna indipendente, volitiva, forte. Oltre ai suoi straordinari lavori, restano impressi su carta fotografica il suo volto enigmatico, i capelli corti, la figura imponente: la vediamo nel riflesso di una vetrina o di uno specchio, questa tata che ha cambiato, con dedizione silenziosa, la storia della fotografia.
Un'infanzia segnata dall'abbandono del padre, che va via di casa quando era ancora una bambina, rimane a vivere a New York con la madre e una coinquilina fotografa e da quest'ultima deriva probabilmente la sua passione per la fotografia. Di lei, della sua vita privata si sa poco, trascorsa facendo la 'tata', curando i figli di benestanti famiglie americane. La sua vivida curiosità la spinge a viaggiare molto (Vivian intraprese, da sola per 6 mesi, un viaggio intorno al mondo visitando le Filippine, la Thailandia, l'India, lo Yemen, l'Egitto, l'Italia e infine la Francia) e a ritrarre attimi di vita dell'America degli anni '50-'80, soprattutto Chicago e New York.
Della 'doppia vita' di Vivian, del 'segreto' di questa tata, non avremmo mai saputo nulla se John Maloof, scrittore e giornalista americano, non si fosse trovato in difficoltà mentre stava scrivendo un libro storico su Chicago. Cercava materiale fotografico per illustrare il volume: andò a una battuta d'asta, una di quelle in cui si mettono in vendita gli oggetti pignorati dal fisco. Si aggiudicò per meno di 400 dollari un baule con dentro parecchia documentazione sulla città, materiale confiscato per il mancato pagamento dell’affitto di un piccolo appartamento.
Di fatto, il più grande tesoro fotografico nascosto del secondo Novecento: una miniera di fotografie in bianco e nero e a colori, pellicole non sviluppate, stampe e filmini. Era il 2007 e Vivian Maier stava passando un periodo molto duro: poverissima, sola, malata e anziana, fu costretta a vendere gli oggetti di casa (compreso il baule con tutte le foto). Poco dopo l’asta, l’anziana tata cadde per strada a New York e riportò una grave ferita alla testa che ne compromise per sempre la lucidità: Maloof non riuscì mai a farle sapere che aveva le sue foto e che era disposto a organizzarle un archivio, delle mostre, a mostrare al mondo i suoi incredibili lavori.

La mostra
Fino al prossimo 18 febbraio gli spazi espositivi della Fondazione Puglisi Cosentino di Catania ospitano una delle più complete rassegne dedicate a questa incredibile Street Photographer: "Vivian Maier. Una fotografa ritrovata" presenta, infatti, al pubblico l’enigma di un’artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno e che ha tentato di conservare come il bene più preziosoIl percorso espositivo presenta una selezione di 120 immagini scattate tra i primi anni Cinquanta e la fine dei Sessanta.
La mostra, curata da Anne Morin e Alessandra Mauro (enti promotori: Arthemisia, Contrasto, Di Chroma Photography e con il Patrocinio del Comune di Catania), 
fornisce una visione d'insieme dell'attività della Maier ponendo l'accento su elementi-chiave della sua poetica, come l'ossessione per la documentazione e l'accumulo, fondamentali per la ricostruzione di un corretto profilo artistico, oltre che biografico. Insieme alla selezione di fotografie, la mostra mette in scena anche una serie di filmati in super 8 e una selezione di immagini a colori realizzate a partire dalla metà degli anni Sessanta. Privi di tessuto narrativo e senza movimenti di camera, i filmati fanno chiarezza sul suo modo di approcciare il soggetto, fornendo indizi utili per l'interpretazione del lavoro fotografico.
Fra gli scatti del percorso espositivo meritano particolare attenzione quelli degli anni Settanta perchè raccontano il cambiamento di visione, dettato dal passaggio dalla Rolleiflex alla Leica, che obbligò Vivian Maier a trasferire la macchina dall'altezza del ventre a quella dell'occhio, offrendole nuove possibilità di visione e di racconto. Osservando il corpus fotografico, spicca la presenza di numerosi autoritratti, quasi un possibile lascito nei confronti di un pubblico con cui non ha mai voluto o potuto avere a che fare. Il suo sguardo austero, riflesso nelle vetrine, nelle pozzanghere, la sua lunga ombra che incombe sul soggetto della fotografia, diventano un tramite per avvicinarsi a questa misteriosa fotografa.

Viene in mente il film 'Le vite degli altri', pellicola del 2006 di Florian Henckel von Donnersmarck (premio Oscar come miglior film straniero) nel quale un agente della Stasi entra nella vita di una coppia registrando ogni loro passo, ogni loro parola, iniziando a 'vivere' un pò attraverso le loro azioni e la loro vita. Un pò come Vivian sembra prendere vita attraverso gli scatti che descrivono le 'vite degli altri'.
Come dice la Maier in un sua riflessione:

(...) La vita è una ruota, non c'è niente di nuovo sotto il sole (...)

ma è il caso di dire che dipende anche da come questi frammenti di vita vengono osservati, fermati nella mente, nell'anima e trasformati in pura forma d'arte come questa bambinaia-fotografa è riuscita splendidamente a fare.
di SIMONA RUSSO

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