L’impero palese, la questione petrolifera e i confini da difendere

Il numero di truppe americane presenti nel Medio Oriente è salito di un terzo nell’ultimo trimestre rispetto alla prima metà dell’anno. Isis, Afghanistan, Iraq, Siria e Iran sono tutti meno presenti nei titoli dei giornali ed è facile farsi l’impressione che in qualche modo lì le cose si vadano lentamente calmando, se solo per esaurimento. Non è così.
Le cronache geopolitiche mediorientali dell’ultimo decennio sono state determinate soprattutto dai goffi tentativi degli Usa di sganciarsi da una parte del mondo diventata rapidamente meno importante con l’arrivo dell’indipendenza energetica dovuta alla nuova tecnologia del fracking per l’estrazione petrolifera. Improvvisamente, non era più necessario “starci”. Non è, per esempio, che il Governo Usa non si fosse accorto che dei 19 terroristi che hanno attaccato le Torri Gemelle il “9/11” del 2001, 15 erano sauditi mentre gli altri erano cittadini degli Emirati (2), un egiziano e un libanese. Non c’erano afghani, iraniani o iracheni. Però, il realpolitik imponeva di far finta di niente. All’epoca il petrolio arabo era una necessità assoluta per far girare l’economia americana. Ora gli Usa esportano il petrolio. Ma non bastava che le risorse energetiche Usa fossero assicurate. Un vuoto di potere nel Medio Oriente avrebbe potuto danneggiare le forniture alle economie—come quelle europee—alle quali l’America vende le sue merci. Era dunque necessario trovare una sorta di garante , uno “sceriffo” regionale che, allora, non dovesse più essere l’Arabia Saudita, percepita da Washington come inaffidabile, incompetente e, alla lunga, dalla stabilità dubbiosa. Trattandosi di una questione petrolifera, gli altri candidati potevano essere solo due: l’Iraq e l’Iran. Sappiamo com’è finito con il primo… L’Iran invece— almeno negli occhi di molti al Dipartimento di Stato—tutto sommato e tutto malgrado poteva forse porsi come il garante della pace petrolifera: se non come un alleato, una sorta di “affidabile nemico”. Molti hanno lavorato a questo scenario, arrivando a chiudere l’accordo sul nucleare iraniano in una maniera indubbiamente molto generosa nei confronti di Teheran. Bene, tutto questo è andato “in vacca”, come si dice nei corridoi del potere. L’Establishment convenzionale americano riemerge nel “presidente per caso” Donald Trump, che per scarsa competenza personale si è dovuto circondare di generali e di banchieri della Goldman Sachs—proprio come ai bei tempi della politica estera di una volta. Intanto, soldati Usa partecipano attivamente in conflitti dove si tirano i grilletti in 14 paesi. Le forze speciali americane, un po’ alla maniera di commessi viaggiatori, hanno condotto missioni— perlopiù di addestramento—in 130 paesi del mondo nel 2016, secondo dati del Department of Defense. Nel mondo, gli Usa hanno circa 800 basi e installazioni militari al di fuori dei propri confini. Gli americani non sono particolarmente malvagi. Sono, questo sì, afflitti da una certa sovrabbondanza di Richelieu da quattro soldi: ma non peggio di Bruxelles. Sono nel complesso meno cinici di Vladimir Putin e la sua banda di elfi malefici. È dunque ipotizzabile la riconfigurazione della forza americana di modo che faccia meno danni in giro per il mondo? Può darsi che il semplice riconoscimento di essere un impero palese aiuterebbe. Degli imperi, almeno si sa dove sono i confini da difendere.

*James Hansen raggiunge l’Italia come diplomatico Usa e rimane come corrispondente dell’International Herald Tribune e del Daily Telegraph. Diventa in seguito capoufficio stampa di Olivetti, di Fininvest e di Telecom Italia. È presidente di Hansen Worldwide, uno studio di consulenza che assiste primari gruppi italiani nella comunicazione economica e le relazioni internazionali. Ha diretto la rivista East. È “gerente” dell'influente bollettino settimanale di affari esteri Nota Diplomatica.

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