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Alzheimer: le cure non farmacologiche non hanno effetti collaterali e durano nel tempo

La Terapia di stimolazione cognitiva sta offrendo ottimi risultati per quanto riguarda ad esempio il recupero del linguaggio. E i benefici si hanno anche al termine del ciclo di incontri, grazie all'esperienza di Airalzh e dei suoi ricercatori
Il successo delle cure non farmacologiche per l'Alzheimer

Milano - L'Associazione italiana ricerca Alzheimer, grazie ad una partnership con Coop, sta
sostenendo la ricerca nel campo delle malattie neurodegenerative puntando sulla sua rete di 25 giovani ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano. Questi giovani studiosi stanno lavorando su molteplici indirizzi di ricerca già da due anni e molte aspettative vengono riposte nella ricerca di base che costituisce una fase preliminare fondamentale per l’ottimizzazione della ricerca clinica e farmacologica.
Tra i tanti studi che i ricercatori della rete Airalzh stanno affrontando, di grande importanza è
l’individuazione di metodi alternativi al trattamento farmacologico. Ad oggi, infatti, non esiste una cura in grado di arrestare l'evoluzione della malattia; le attuali terapie farmacologiche agiscono infatti solo nel ritardarne la progressione e hanno ancora dei benefici limitati.

Alla luce di questo, negli ultimi anni è cresciuto l’interesse nei confronti delle terapie non farmacologiche, chiamate interventi psicosociali, e ad oggi circa 1 trial su 5 di quelli attualmente in uso nel mondo della scienza non impiega farmaci ma utilizza invece strumentazioni di alta tecnologia come la TMS (Stimolazione magnetica transcranica) oppure la Cst (Terapia di stimolazione cognitiva).
E’ proprio quest’ultimo il caso di Francesca Ferrari Pellegrini - ricercatrice della rete Airalzh, sezione di Neuroscienze del Dipartimento di medicina e chirurgia dell'Università degli studi di Parma -
che con il suo progetto si propone di valutare l’efficacia della Terapia di stimolazione cognitiva.

La ricerca s'inserisce all’interno di uno studio multicentrico attualmente in corso che coinvolge 9 centri nel nostro Paese ed è il primo studio su larga scala condotto in Italia, volto a valutare l’efficacia di questo trattamento non farmacologico, già ampiamente riconosciuto a livello internazionale.

Tra i diversi interventi psicosociali, la Cst è l'unico per pazienti con demenza di grado lieve-moderato con evidenze di efficacia: diversi studi in ambito internazionale, infatti hanno dimostrato come questo trattamento, soprattutto se associato a terapia farmacologica, sia in grado di rallentare in modo significativo il declino in alcune funzioni cognitive e di migliorare i sintomi comportamentali e psicologici degli ammalati di Alzheimer, riducendo lo stress del paziente e di chi se ne prende cura.

Questo progetto di ricerca ha coinvolto un totale di 52 pazienti affetti da demenza di grado lieve-moderato. I primi risultati hanno evidenziato che dopo il trattamento alcuni aspetti cognitivi risultano migliorati (in particolare il linguaggio) ed altri restano stabili (risultato già importante per questa malattia). Alcuni aspetti cognitivi inoltre si sono mantenuti stabili anche dopo la sospensione del trattamento, mentre per altri i benefici si sono persi in seguito alla sospensione dello stesso.

Uno degli effetti più consistenti, che conferma quanto già riportato da altri studi, si è riscontrato sul tono
dell’umore:
 la sintomatologia depressiva dei partecipanti al protocollo di Terapia di stimolazione cognitiva ha dimostrato una significativa e sostanziale riduzione sia alla fine del trattamento sia mantenuta a tre mesi dal termine. Questo miglioramento del tono dell’umore è dovuto probabilmente al fatto che questo tipo di terapia offre attività stimolanti e divertenti, che promuovono il senso di autoefficacia dei partecipanti, l’occupazione e la socializzazione all’interno di un contesto piacevole ed accogliente dove viene valorizzata la persona nella sua unicità. Il trattamento ha inoltre mostrato generali effetti positivi sul comportamento: si è osservata infatti una generale riduzione della frequenza e dell’intensità dei disturbi comportamentali nei pazienti ed è stato valutato anche il distress di coloro che si prendono cura dei malati, trovando risultati promettenti che pongono la necessità di approfondire l’argomento.